Sono passati solamente cinque anni dall’ultima grave alluvione che ha interessato l’Alessandrino sud-orientale (ed il settore genovese della Valle Stura), in quella porzione di territorio compresa tra Ovada, Novi, Gavi e Tortona. I corsi d’acqua, le valli ed i paesi sconvolti da frane, allagamenti ed esondazioni sono i medesimi colpiti il 13 ottobre 2014. La causa, allora come oggi, va ricercata in un intenso sistema temporalesco autorigenerante rimasto stazionario per circa 12 ore che ha scaricato oltre 400 mm di pioggia tra il pomeriggio e la sera del 21 ottobre 2019. Questi eccezionali quantitativi (pari alla metà della pioggia che dovrebbe cadere in un anno in quelle zone), concentrati in un così breve arco temporale e caduti su un terreno già in parte saturo dalle piogge dei giorni precedenti, sono stati responsabili di innumerevoli frane e smottamenti ed hanno messo in crisi la rete idrografica minore causando piene eccezionali di rii e torrenti con effetti devastanti sul territorio e sulla popolazione (si conta una vittima).

 

L’articolo perchè risulti più scorrevole e di facile lettura sarà suddiviso in sei diversi paragrafi organizzati nel seguente ordine:

  • analisi sinottica: qui spieghiamo le cause scatenanti l’evento temporalesco con uno sguardo più ampio alla circolazione atmosferica europea;
  • previsione dell’evento: qui accenniamo alla difficoltà di previsione dell’evento da parte dei modelli matematici;
  • analisi pluviometrica: qui analizziamo i valori di precipitazione misurati e li confrontiamo con i dati dell’alluvione dell’ottobre 2014 e 1977;
  • analisi idrometrica: qui analizziamo il livello raggiunto dai principali corsi d’acqua mettendolo a confronto con altre piene recenti;
  • effetti al suolo: qui troverete una serie di foto che testimoniano i danni causati dall’alluvione paragonati agli eventi del 2014 e 1977;
  • conclusioni e riflessioni personali: qui affrontiamo le principali domande e critiche che puntualmente vengono mosse dopo un’alluvione provando a confutare alcuni luoghi comuni che a seguito di questi eventi tornano in auge.

 

ANALISI SINOTTICA

Animazione delle carte dei geopotenziali a 500 hPa e della pressione a livello del mare tra il 19 ed il 21 ottobre 2019: è evidente lo sprofondamento di una saccatura atlantica verso la Penisola Iberica che richiama aria molto mite dal Nord-Africa. Si eleva così un’alta pressione sull’Italia centro-meridionale e sui Balcani che si oppone alla traslazione verso est dell’area depressionaria.

La causa delle condizioni perturbate sul Nord-Ovest italiano tra il 19 ed il 21 ottobre va ricercata in una saccatura atlantica in discesa dalle Isole Britanniche verso la Penisola Iberica. Il progressivo abbassamento dell’area depressionaria fin quasi verso il Marocco ha convogliato masse d’aria sempre più miti ed umide dal Nord-Africa sulla penisola italiana. Il Nord-Ovest si viene a trovare lungo il confine di due differenti aree di pressione e proprio tra Liguria e Piemonte si creano i presupposti per la formazione di un temporale V-shaped, cioè un intenso sistema temporalesco autorigenerante caratterizzato da forti precipitazioni convettive che ha caratteristiche di semi-stazionarietà. Questa struttura sfrutta tutta l’energia presente sul Mar Ligure, le cui acque risultano ancora molto calde, e viene alimentata dalle correnti di scirocco miti ed umide in risalita dal mare che vanno a convergere con una blanda ventilazione settentrionale proveniente dalla terraferma. In questo caso l’orografia della zona ha giocato un ruolo fondamentale permettendo al sistema temporalesco di rimanere bloccato per 12 ore sulla medesima area pedeappennica. Il temporale si dispone con asse sud-ovest/nord-est orientato dalle correnti ad alta quota che soffiano in quella direzione.

Carta della velocità e direzione del vento al suolo il 21 ottobre 2019 alle ore 20 locali elaborata dal modello MOLOCH 1.25 km del CNR-ISAC di Bologna. Con un cerchio rosso è evidenziata l’area di sviluppo del temporale, le frecce indicano la discesa di aria più fresca da nord (colore blu) che va a convergere con la risalita di aria molto più calda da sud-est (colore arancione).

A confronto le carte dei geopotenziali a 500 hPa e della pressione al suolo in occasione dei due recenti eventi alluvionali che hanno interessato l’Alessandrino sud-orientale (13/10/2014 a sinistra e 21/10/2019 a destra): sono molti simili e mostrano un’area depressionaria sull’Europa occidentale ed ad un’alta pressione che dal Nord-Africa si eleva sul centro-est Europa con il Nord-Ovest italiano proprio lungo il limite delle due masse d’aria.

 

PREVISIONE DELL’EVENTO

A differenza di quanto accaduto per l’evento di pochi giorni prima, dove un temporale autorigenerante che aveva colpito il Genovesato (495 mm nel comune di Fabbriche il 15 ottobre) era stato letto con precisione e largo anticipo dai modelli matematici, in questo caso quasi nessun LAM (Local Area Model) è stato in grado di prevedere una struttura così pericolosa e stazionaria nel Basso Alessandrino. Anche per questo motivo ARPA Piemonte il 20 ottobre (24 ore prima dell’inizio dell’evento) aveva emesso solo un’allerta gialla (livello 1 su 3) per i settori G ed H del Basso Piemonte, comprendenti i bacini di Belbo, Bormida e Scrivia, indicando nella sintesi dello scenario atteso: “locali allagamenti ed isolati fenomeni di versante”. Solamente poche ore prima dell’evento qualche modello incominciava ad intuire una persistente convergenza tra Genovesato ed Alessandrino, in particolare COSMO-D2 nel run 00z del 21 ottobre prevedeva una linea precipitativa allungarsi da Genova fino alle Alpi Orobiche con punte di 2/300 mm tra Tortonese ed Oltrepò Pavese. Questa circostanza fa capire quale sia ancora il limite della previsione meteorologica soprattutto in occasione di eventi temporaleschi estremi come questo, influenzati in larga parte dall’orografia complessa della zona in cui nascono.

Bollettino di allerta meteo-idrologica emesso da ARPA Piemonte il 20 ottobre 2018 alle 13 e valido per le 36 ore successive: è presente un’allerta gialla per i settori G, H, I e C ed un’allerta arancione per A e B.

Previsione delle precipitazioni cumulate in 27 ore secondo il modello COSMO-D2 inizializzato sul run 00z del 21 ottobre 2019: poche ore prima dell’evento viene individuata un’area tra l’Alessandrino ed il Pavese dove sembrano poter insistere maggiormente i fenomeni con cumulate precipitative superiori ai 200 mm.

 

ANALISI PLUVIOMETRICA

Già a partire dal pomeriggio del 19 ottobre si attivano intensi rovesci e temporali sui settori appenninici tra Alessandrino e Liguria, questi forti scrosci causano una piena del Torrente Erro che raggiunge il livello di guardia (2 metri) a Cartosio (AL) e poco più a valle asporta parte di un guado a Melazzo (AL). Al mattino successivo nuovi nuclei temporaleschi semi-stazionari insistono in Alta Valle Bormida sconfinando fin sulla Langa Astigiana: cadono in 6 ore circa 200 mm sul Monte Settapani e al Colle del Melogno (Calizzano, SV) e 68 mm a Serole (AT). Questi quantitativi sono responsabili di allagamenti e frane nei comuni di Bormida (SV) ed Osiglia (SV) e di una piena del ramo di Spigno della Bormida che a Piana Crixia (SV) arriva a sfiorare il livello di guardia (4 metri). Tra le 16 e le 19 i temporali si spostano in Valle Erro dove scaricano 150 mm in 3 ore a Montenotte Inferiore (SV), ne segue un’importante piena dell’Erro che oltrepassa ampiamente il livello di guardia arrivando a superare i 4 metri a Cartosio.

Successivamente durante la notte una vasta linea temporalesca coinvolge l’Astigiano meridionale e l’Alessandrino scaricando in poche ore 60-70 mm in maniera diffusa sulla pianura del Novese. La saturazione già elevata dei suoli contribuisce alle prime frane e allagamenti, questi ultimi dovuti per lo più all’incapacità dei fossi a bordo strada e della rete fognaria di contenere il volume d’acqua caduto. E’ solo a partire dalle ore centrali del giorno che si sviluppa la convergenza esplosiva che darà luogo al temporale V-shaped. Durante il pomeriggio gli scrosci più intensi si concentrano tra Valle Stura, Piota e Lemme: in 3 ore si raggiunge un picco di 205.8 mm a Gavi (AL) e nella medesima località in 6 ore cadono 318.4 mm. Ma i rovesci persistono anche in serata ed è così che in 12 ore si contano 434 mm a Gavi e 400 mm a Novi Ligure: si tratta di valori inediti per la zona, seppur di poco superiori a quanto rilevato durante l’alluvione del 13 ottobre 2014. Nelle prime ore della notte, prima di esaurirsi, il temporale si sposta a sud-ovest andando ad insistere in Alta Valle Orba ed ancora in Valle Stura: cadono in 1 ora 112.8 mm a Vara Superiore (Urbe, SV) ed in 3 ore 230 mm in località Prai di Campo Ligure (GE).

Sono diverse le località che in 24 ore hanno superato i 300 mm di pioggia cumulata, le elenchiamo di seguito. Si tratta di valori eccezionali considerando che in alcuni casi sono prossimi alla metà della pioggia attesa mediamente in un anno:

  • 527.2 mm a Campo Ligure (GE; stazione ARPAL)
  • 481.8 mm a Gavi (AL; stazione Arpa Piemonte)
  • 461.8 mm a Novi Ligure, loc. Raia (AL; stazione Pessl Instruments)
  • 414.2 mm a Casaleggio Boiro, Lavagnina Lago (AL; stazione Arpa Piemonte)
  • 405.8 mm a Rossiglione (GE; stazione ARPAL)
  • 372.8 mm a Bosio, Bric Castellaro (AL; stazione Arpa Piemonte)
  • 367.2 mm ad Arquata Scrivia (AL; stazione Arpa Piemonte)
  • 304.2 mm a Tassarolo (AL; stazione Agrometeo)
  • 301.2 mm a Sardigliano (AL; stazione Arpa Piemonte)

Mettendo a confronto questo evento con l’alluvione del 13 ottobre 2014 appare evidente come i due episodi siano del tutto paragonabili: la distribuzione delle precipitazioni e gli accumuli sono quasi identici e di conseguenza sono gli stessi i bacini coinvolti da fenomeni di dissesto idro-geologico. Tuttavia l’alluvione più grave dell’ultimo secolo nel Basso Alessandrino risale al 6/7 ottobre 1977: all’epoca i temporali erano stati più estesi andando ad interessare i bacini di Scrivia, Orba e Bormida. Il 7 ottobre erano caduti 396 mm ad Ortiglieto (AL), 340 mm a Rossiglione (GE) e 313 mm a Stazzano (AL). Acquese ed Ovadese erano stati devastati dalle piene dell’Erro, del Medrio, dello Stura e dell’Orba; una parte del concentrico di Gavi era stato sommerso dal Torrente Lemme fuoriuscito dagli argini e diverse frane avevano devastato le zone collinari del paese. Esondazioni, frane e danni alle infrastrutture anche nel Genovesato a Campo Ligure, Rossiglione e Masone.

Confronto tra la distribuzione delle precipitazioni e gli accumuli misurati nei due eventi alluvionali del 21/10/2019 e 13/10/2014: nell’immagine a sinistra i valori sono stimati da radar, nell’immagine a destra sono integrati con i rilevamenti dei pluviometri al suolo (elaborazione ARPA Piemonte). I picchi più elevati (>400 mm, colore rosso/viola) si estendono sulla medesima area tra Valle Stura, Piota e Lemme comprendendo i comuni di Rossiglione, Campo Ligure, Lerma, Mornese, Casaleggio Boiro, Parodi Ligure, Montaldeo e San Cristoforo. Nell’ottobre 2014 vengono stimate punte di 550 mm pochi chilometri a sud-ovest di Gavi, valori probabilmente raggiunti anche nell’evento di quest’anno nella stessa zona.

Massimi delle precipitazioni rilevate ogni 1, 3, 6, 12 e 24 ore a Gavi (AL) messi a confronto con i valori misurati in occasione dell’alluvione del 13/10/2019. Nel 2014 furono superiori i quantitativi cumulati fino alle 6 ore, mentre nel 2019 i 434 mm in 12 ore e i 481.8 mm in 24 ore non hanno precedenti nella serie pluviometrica ultracentenaria che ha inizio nel 1914.

Massimi assoluti delle precipitazioni rilevate ogni 1, 3, 6, 12 e 24 ore messi a confronto con i valori misurati in occasione dell’alluvione del 13/10/2019. Nel 2014 furono superiori i quantitativi cumulati fino alle 6 ore, mentre nel 2019 si raggiungono valori eccezionali di 482.6 mm in 12 ore e 527.2 mm in 24 ore a Campo Ligure (GE).

Campo Ligure (GE), località della Valle Stura, risulta il paese con l’accumulo più elevato in 24 ore in occasione dell’alluvione del 21 ottobre. Ma è anche la località del Nord-Ovest dove è caduta più pioggia in tutto il mese di ottobre e l’unica a superare la soglia dei 1000 mm: in 24 giorni cadono infatti ben 1036.6 mm.

 

ANALISI IDROMETRICA

Nel tardo pomeriggio del 21 ottobre si registrano i primi importanti incrementi lungo la rete idrografica minore. Sono molte le esondazioni di rii e torrenti, in particolare il Rio Arbara alluviona il paese di Castelletto d’Orba a distanza di cinque anni dall’ultima volta. La causa principale va ricercata nelle eccezionali precipitazioni scaricate sul piccolo bacino a monte: il rio nasce infatti nel comune di Mornese, area dove hanno insistito maggiormente i nuclei temporaleschi con cumulate in 6 ore stimabili in 350/400 mm.

Nel corso della serata si osserva l’innalzamento dei corsi d’acqua principali: Orba, Bormida e Tanaro che superano la piena straordinaria e lo Scrivia che rimane in piena ordinaria. L’Orba deve la sua piena agli apporti dei tributari in destra idrografica: il Torrente Stura di Ovada, il Piota, il Lemme ed il Rio Albedosa. A Casal Cermelli (a valle della confluenza con l’ultimo tributario di destra, il Lemme) il livello dell’Orba sale fino a 7.5 metri e transita con una portata al colmo di 2700-2800 mc/sec caratterizzata da un tempo di ritorno di circa 100 anni (Arpa Piemonte). La piena dell’Orba ha alimentato il tratto finale del Fiume Bormida che ad Alessandria ha raggiunto un’altezza di 9.21 metri con una portata di circa 3000 mc/sec caratterizzata da un tempo di ritorno di circa 100 anni (Arpa Piemonte). Sia per l’Orba a Casal Cermelli che per il Bormida ad Alessandria si tratta di altezze e portate inedite almeno negli ultimi 20 anni: i precedenti primati corrispondevano a 7.07 m e 2200 mc/sec (13/10/2014) per l’Orba e a 8.5 m e 2000-2100 mc/sec (5/11/2011) per la Bormida.

Livello idrometrico del Torrente Orba a Casal Cermelli (AL): l’altezza di 7.5 m raggiunta alle ore 23 del 21/10 oltrepassa di 3 metri il livello di pericolo ed è un valore inedito dall’inizio del funzionamento della stazione nel 1997 superando il precedente massimo di 7.07 m del 13/10/2014.

Livello idrometrico del Fiume Bormida ad Alessandria a valle della confluenza con il Torrente Orba: l’altezza di 9.21 m raggiunta alle ore 1.30 del 22/10 oltrepassa di 2.21 metri il livello di pericolo ed è un valore inedito dall’inizio del funzionamento della stazione nel 1998 superando il precedente massimo di 8.5 m del 5/11/2011.

Livello idrometrico del Fiume Tanaro a Montecastello a valle della confluenza con il Bormida: alle ore 4 del 22/10 viene raggiunta l’altezza di 7.41 m che oltrepassa di 0.71 metri il livello di pericolo e corrisponde ad una portata di 3400 mc/sec caratterizzata da un tempo di ritorno compreso tra i 20 ed i 50 anni (Arpa Piemonte).

Livello idrometrico del Torrente Scrivia a Guazzora (AL) poco prima della sua confluenza nel Po: l’altezza di 7.48 m supera il livello di guardia ma non quello di pericolo ed è inferiore rispetto a quanto misurato in occasione dell’alluvione del 13 ottobre 2014 (all’epoca 7.73 m per una portata di 900 mc/sec). Importante il contributo del Torrente Grue, principali affluente in destra idrografica, anche se in misura minore rispetto a cinque anni fa quando con la sua piena inondò vaste aree nell’omonima valle (Viguzzolo fu il centro più colpito).

Altezze idrometriche rilevate dalla rete ARPA Piemonte intorno alla mezzanotte del 22 ottobre: il triangolo rosso indica valori di piena straordinaria (superiori al livello di pericolo), quello verde indica assenza di piene significative. Il colmo di piena dell’Orba è da poco transitato a Casal Cermelli; la piena del torrente ha poi alimentato il tratto finale della Bormida ad Alessandria, la quale a sua volta ha contribuito ad incrementare il livello del Tanaro. Il cerchio ed il triangolo verdi sottolineano l’altezza del Tanaro ad Alessandria a monte della confluenza con la Bormida: il livello idrometrico è di appena 0.94 m perchè le piogge intense non avevano interessato i bacini di Belbo e Tanaro.

 

EFFETTI AL SUOLO

Come abbiamo accennato già in precedenza, molte sono le similitudini con l’evento del 13 ottobre 2014, comprese le criticità riscontrate sul territorio.

  • Esondazioni di corsi d’acqua:

numerosi sono stati gli allagamenti per la fuoriuscita di rii e torrenti dal loro alveo, i danni maggiori si sono rilevati nel bacino dell’Orba. Il Rio Arbara a seguito di una piena eccezionale ha invaso Castelletto d’Orba sommergendo la parte bassa del paese da uno strato di acqua e fango alto circa 3 metri. Poi il rio è confluito nell’Albedosa alimentando ulteriormente la sua piena che ha distrutto un ponte nel comune di Capriata d’Orba causando la morte di una persona in transito sulla carreggiata in quel momento. Locali esondazioni anche del Rio Neirone nel comune di Gavi e del Torrente Lemme nel comune di Fraconalto. La piena del Lemme ha risparmiato i due principali centri lungo il suo corso, Voltaggio e Gavi, come anche era avvenuto nel 2014, tuttavia, a scopo precauzionale, la parte bassa di Gavi nella sera del 21 ottobre è stata evacuata. Anche il Torrente Grue, affluente dello Scrivia, ha risparmiato l’omonima valle e Viguzzolo, pesantemente colpiti nel 2014.

Il Rio Arbara alluviona il paese di Castelletto d’Orba (AL) a distanza di cinque anni dal 13/10/2014: nell’immagine due foto a confronto mostrano la medesima situazione. Le acque dilagano tra le abitazioni ed il ponte funge da tappo fermando sotto la sua arcata detriti di ogni genere: autovetture, cassonetti della spazzatura e grosse quantità di legname. 

Accumulo di grossi tronchi a Castelletto d’Orba (AL) bloccati dal ponte che attraversa il Rio Arbara nel centro del paese: in questo caso è evidente come l’arcata del piccolo ponte abbia una sezione di deflusso insufficiente per permettere il regolare scorrimento delle acque durante una piena.

Castelletto d’Orba (AL), alcuni giorni dopo l’alluvione: le frecce bianche indicano l’altezza raggiunta dalle acque del Rio Arbara sulle abitazioni. Il ponte visibile poco più avanti ha fatto da tappo raccogliendo sotto la sua arcata una grande quantità di detriti che hanno rallentato il deflusso della piena contribuendo a sommergere le case a monte da un livello di acqua e fango alto circa 3 metri.

Questo trattore completamente distrutto è stato travolto dalla piena del Rio Arbara: dal mezzo è stato estratto vivo un uomo in stato di ipotermia (poi guarito) rimasto intrappolato per ore in acqua tra le lamiere (foto: Protezione Civile di Alessandria).

Vista dall’alto del paese di Castelletto d’Orba (AL) invaso dalle acque del Rio Arbara che sommergono i primi piani delle abitazioni.

Torrente Lemme in piena a Voltaggio (AL) nel pomeriggio del 21 ottobre 2019: il corso d’acqua è esondato poco più a monte in frazione Molini di Fraconalto, mentre ha risparmiato i paesi di Voltaggio e di Gavi rimanendo all’interno dei propri argini come era successo anche nel 2014. L’ultima grave alluvione del Lemme risale all’ottobre 1977 quando allagò parte del concentrico di Gavi.

Ponte sul Rio Albedosa nel comune di Capriata d’Orba (AL) poco prima della confluenza nell’Orba: l’eccezionale piena di questo piccolo corso d’acqua (dovuta soprattutto all’apporto del Rio Arbara), ha completamente asportato il ponte causando la morte di una persona, travolta mentre era nella sua automobile (foto: Protezione Civile di Alessandria).

 

  • Frane e smottamenti:

numerosissimi sono i movimenti franosi che si sono attivati a seguito delle ingenti piogge, molti dei quali già verificatesi in passato durante gli eventi del 2014 e del 1977.

Gavi (AL): frane superficiali si attivano sul Monte Moro e coinvolgono alcune abitazioni nel Rione Monserito come era già accaduto nel 2014 ed in misura maggiore nel 1977.

Gavi, Monte Moro (AL): a confronto due foto successive agli eventi del 2019 e del 1977. Come era successo 42 anni si sono attivate numerose frane superficiali sulle pendici della collina che sovrasta il paese andando a coinvolgere le abitazioni sottostanti.

Campo Ligure (GE): l’antica Cappella della Misericordia travolta da una frana di fluidificazione e completamente distrutta.

Una frana a Rossiglione (GE) coinvolge un’abitazione prontamente evacuata garantendo l’incolumità dei residenti.

 

CONCLUSIONI E RIFLESSIONI PERSONALI

Dopo ogni alluvione le domande e le polemiche che vengono sollevate sono sempre le stesse: “si poteva evitare l’alluvione?”, “eh, se si dragassero i fiumi come una volta”, “se solo ci fosse stato un grado di allerta più elevato” (queste persone sono le stesse che in altre situazioni sostengono che le allerte servono a pararsi il culo o che si indignano se l’allerta era rossa e poi non succede niente).

E’ impossibile stabilire se si sarebbe potuta evitare la vittima con un’allerta arancione o rossa su quell’area. A conclusione dell’evento appare chiaro che un’allerta gialla non era sufficiente viste le diffuse criticità che si sono riscontrate sul territorio, ma, come abbiamo sottolineato alcuni paragrafi sopra, la predicibilità dell’episodio temporalesco era estremamente difficile. In questi casi, dove la previsione non riesce a quantificare adeguatamente il rischio idro-geologico, sarebbe bene che la popolazione fosse ugualmente preparata ad affrontare eventi del genere e sapesse tenere il giusto comportamento in situazioni di pericolo, specialmente in quelle aree già in passato luogo di gravi episodi di dissesto idro-geologico. Purtroppo, nonostante in Italia eventi del genere siano relativamente comuni, è spesso la concezione del pericolo a mancare.

Ma le critiche più feroci vengono mosse dalla maggior parte delle persone verso le amministrazioni comunali che non si preoccupano di pulire fiumi e torrenti asportando sabbie, ghiaie e sedimenti come è stato fatto per molti anni nel Dopoguerra. Purtroppo oggi sappiamo, grazie a studi scientifici, che è stato un grosso errore dragare i corsi d’acqua: questa azione non ha fatto altro che accentuare ulteriormente l’erosione nell’alveo del fiume. Il funzionamento di un corso d’acqua non è così banale: pensare di togliere materiale dal suo letto per aumentarne la sezione in modo che l’alveo possa contenere un maggior volume d’acqua è un concetto semplicistico e completamente sbagliato. Tuttavia tale convinzione è radicata in una larga fetta di popolazione e nemmeno di fronte a prove scientifiche in grado di confutarla questa viene messa in discussione. Tutto ciò rappresenta bene il modo in cui vengono ancora oggi considerate la meteorologia e la climatologia in Italia: come fenomeno da baraccone.

Riguardo l’annoso caso della pulizia dei fiumi vogliamo citare una recente intervista rilasciata dal Dottor Stefano Fenoglio, docente di Ecologia fluviale presso l’Università del Piemonte Orientale, che bene affronta la questione e spiega perchè è inutile e controproducente dragare i corsi d’acqua e quali soluzioni si possono adottare per cercare di prevenire nuove alluvioni:

E’ diffuso il luogo comune per cui la presenza di ammassi di materiali ghiaiosi nei nostri fiumi sarebbe da annoverare tra le cause delle sempre più frequenti alluvioni, in quanto questi materiali avrebbero innalzato il letto del fiume, riducendone la sezione di deflusso ed aumentando quindi i rischi di esondazione. Quali sono le basi tecnico-scientifiche di tali asserzioni? Nessuna, anzi tutti i dati che abbiamo a nostra disposizione sostengono il contrario. In primo luogo, occorre separare e distinguere gli interventi puntuali di rimozione degli inerti dall’alveo da una diffusa e generale operazione che dovrebbe interessare interi reticoli fluviali. Nel primo caso le opere possono essere utili, anzi necessarie (ad esempio all’interno di centri abitati), mentre nel secondo non solo sono inutili, ma addirittura dannose. In primo luogo, mentre si sostiene che l’accumulo di inerti, come ghiaia, o sabbia, è andato aumentando negli ultimi decenni, è generalmente vero il contrario. Il letto nei nostri fiumi non si sta alzando, anzi al contrario si sta abbassando. L’eccessiva escavazione di sedimenti dall’alveo che si è verificata dal dopoguerra all’inizio degli anni Ottanta dello scorso secolo ha scatenato un impressionante fenomeno di erosione regressiva, con la conseguente massiccia incisione degli alvei. Gli isolotti di ghiaia aumentano non perché il fiume li deposita di più, ma perché il fiume si abbassa, incide il letto e li fa emergere. Il Po a Cremona si è abbassato di oltre sei metri in cent’anni. Inoltre, i ponti che attraversano i principali fiumi piemontesi hanno i pilastri scalzati. Togliendo ulteriore materiale si favorisce una ulteriore incisione e si accresce il pericolo idraulico. Il problema della gestione degli eventi alluvionali non si risolve facendo scorrere più velocemente l’acqua, ma dissipandone l’energia. [Per prevenire nuovi disastri serve] rispetto delle fasce boscate naturali, rispetto della naturale morfologia degli alvei, rispetto delle aree di espansione naturali del fiume e quindi lotta assoluta all’abusivismo e alla costruzione di edifici e strutture nell’alveo di piena: questi sono gli strumenti necessari. Se guardiamo l’urbanistica delle nostre montagne, delle Langhe, del Monferrato si vede benissimo che i nostri vecchi costruivano sempre sui versanti, laddove sorgono ancora campanili, vecchie case, chiese, mentre noi oggigiorno costruiamo in alveo. E non si venga a dire che una volta si pulivano gli alvei e adesso no: un tempo si utilizzava lavoro manuale, non meccanizzato e ad esempio sulle Alpi laddove una intera borgata faceva la ‘roida’, cioè la corvée, per pulire il letto di un canale con un lavoro che durava parecchi giorni adesso un escavatore fa il doppio del lavoro in poche ore. Invece di continuare a rimuovere sedimenti dai fiumi, come chiede in Italia una parte poco informata della popolazione, bisognerebbe guardare a cosa si fa negli altri paesi europei vicini a noi, come Francia, Austria e Germania, dove ad esempio vengono ripristinate larghe fasce di vegetazione ripariale. La gestione dei fiumi, purtroppo, viene sempre più spesso affrontata trascurando o addirittura mettendo in discussione l’approccio tecnico-scientifico. Il grande problema è che in qualsiasi campo, dalla medicina alla sismologia, assistiamo desolatamente al dilagare di una mentalità pseudoscientifica ed al proliferare di teorie che, pur ammantandosi di una patina scientifica, rifiutano o comunque non hanno alcuna corrispondenza con il metodo sperimentale.

 

Paolo Faggella

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